L’Elisir di lunga vita

Posted by Nebheptra     Category: Alchimia, Elementi, Glosse

Nei trattati alchemici si legge spesso che la Pietra Filosofale può essere utilizzata per preservare la gioventù e per scacciare le malattie. Solo alcuni fanno riferimento al ringiovanimento, ma si noti come mai ciò è riferito all’alchimista stesso, bensì viene data come possibilità insita alle capacità della Pietra stessa.

Vorrei porre l’accento sulla differenza tra “preservare la gioventù” e “ringiovanire”, poichè le due cose non sono affatto uguali.

A proposito del secondo verbo infatti, a parte delle considerazioni di carattere pratico, come potrebbero essere quelle di non dare troppo nell’occhio, cosa che chiaramente lascia il tempo che trova laddove l’utilizzo (sia nel senso di ringiovanire che di preservare la propria gioventù) va a protrarsi per decine e decine di anni, ve ne è una ben più sostanziale, che l’alchimista accorto troverà scritto in piccolo alla voce controindicazioni nel foglietto di istruzioni.

Un elisir alchemico non è altro che un accumulatore di energia che serve a restaurare un equilibrio dei diversi Elementi nell’uomo, così da permettergli di beneficiare delle loro diverse qualità. Nel caso specifico della Pietra Filosofale, è l’Elemento Fuoco che contribuisce al ringiovanimento del corpo. Ma quando si parla di corpo non è possibile intendere solo il corpo fisico, bensì sempre e comunque l’uomo nella sua totalità.

Un elisir che ha il potere di ringiovanire non agisce solo sul corpo fisico, ma anche sugli altri corpi dell’uomo, anzi l’azione è anzitutto portata sul piano sottile e poi diventa manifesta sul piano materiale. In altri termini, non ringiovanisce solo il corpo fisico, ma anche quello astrale e quello mentale. E, così facendo, le esperienze di vita e le conoscenze, la saggezza e le lezioni acquisite col lavoro alchemico durante gli anni trascorsi vanno perdute anch’esse. Questa perdita è proporzionale al grado di ringiovanimento ottenuto.

Un Alchimista, se è veramente tale, non accetterebbe mai di tornare indietro.

Preghiera di un Ermetista

Posted by Nebheptra     Category: Inni e Preghiere

Sia eternamente lodato il Signore mio che eleva l’umile dalla bassa polvere e fa gioire il cuore di coloro che sperano in Lui, che apre ai credenti con grazia le sorgenti della sua benignità e mette sotto i loro piedi i cerchi mondani di tutte le felicità terrene.

In Lui sia sempre la nostra speranza, nel suo timore la nostra felicità, nella sua misericordia la gloria della riparazione della nostra natura e nella preghiera la nostra incrollabile certezza.

E Tu, Dio Onnipotente, come la tua bontà si è degnata di aprire in terra davanti a me, tuo indegno servitore, tutti i tesori delle ricchezze del mondo, così piaccia alla Tua clemenza, quando non sarò più nel numero dei vivi, di aprirmi anche i tesori dei Cieli lasciandomi contemplare il tuo volto divino, la cui Maestà è una delizia inenarrabile e il cui rapimento non è mai salito nel cuore di un uomo vivente.

Te lo chiedo per il Signore Gesù Cristo, tuo amatissimo Figlio, che nell’unità dello Spirito Santo vive con te nei secoli dei secoli.

Amen

(Dialoghi, Mario Krejis)

La Volontà

Posted by Nebheptra     Category: Fuochi ermetici

L’esplicazione della volontà, intesa come fuoco ermetico, è una forza trasmutativa inferiore in potenza a quella dell’Amore, o quantomeno secondaria in quanto, non si finirà mai di dirlo, mentre l’Amore ha un potere purificatorio assoluto su tutti i veicoli del corpo umano, ciò non è affatto vero per la Volontà.
 
In altri termini, La Volontà è il fuoco capace di cuocere e sciogliere le incrostazioni della sfera mentale e la sua azione è circoscritta a tale sfera. L’Amore invece, a partire dalla sfera emotiva, influisce e trasforma anche quella mentale e quella istintiva; ed è solo grazie all’Amore che si svilupperà l’Ermete nella sua manifestazione più sublime e loquace. Dunque l’ermetista cercherà sempre di sviluppare la sua Intelligenza Emotiva prima di ogni altra cosa.

Tuttavia la forza della volontà non va trascurata perché, unita all’immaginazione, è il mezzo utilizzato per operare magicamente.

Ma cos’è questa volontà, ovvero come si esplica? E’ possibile modificare la realtà con la forza di volontà?

Un esempio sorprendente che illustra l’influenza diretta della forza di volontà concentrata sulla materia è quello dell’ago che gira in un bicchiere d’acqua. Madame Blavatsky se ne serviva per insegnare a sviluppare la forza di volontà alla sua discepola, Annie Besant. Vediamo in cosa consiste.

Si mette in un bicchiere d’acqua un ago e, per evitare che affondi, si deve coprire di un sottile strato di grasso, ungendosi le dita di olio o burro e facendole scorrere sull’ago. Poi si deve posare delicatamente sulla superficie dell’acqua in modo che galleggi senza toccare i bordi.
A questo punto bisogna sedersi davanti al bicchiere con il mento appoggiato ai palmi delle mani ed i gomiti puntellati sul tavolo. Infine quando l’ago è perfettamente fermo, bisogna cominciare a guardarlo fissandolo intensamente, senza sbattere le palpebre,  come se uscissero dei raggi immaginari dagli occhi e desiderando che giri secondo la propria volontà.
Se la concentrazione è sufficientemente forte, l’ago ruoterà.

Dunque la prima constatazione a cui si perviene è che la volontà si esplica con la concentrazione.

Ma la capacità di concentrazione dipende dalla mente. Se per un attimo si chiudono gli occhi e si comincia a “guardarsi dentro” si percepirà la propria mente come un flusso inarrestabile di pensieri, immagini e verbalizzazioni. Quand’anche si cercasse di bloccare questo flusso, si scoprirà che quest’operazione è difficilissima, quasi impossibile, a meno di non avere una mente perfettamente allenata e docilmente piegata alla propria volontà.

La seconda constatazione che se ne deduce è che sembra che i pensieri vivano di vita propria, ovvero non siano prodotti dalla mente bensì che la pervadano e la dominino a proprio piacimento.  Su questo tema Sri Ramana è provocatoriamente esplicito: “La mente è soltanto un fascio di pensieri: arrestate il pensiero e poi ditemi cos’è la mente”.  Questa è un’equazione filosofica completa, in quanto racchiude in se stessa anche la soluzione.

Il corollario della precedente constatazione è che l’uomo non è assolutamente padrone della propria mente.

In pratica si riscontra che la mente è ostile ad ogni sforzo che si compie per domarla; questo avviene perché ha una sua forma di coscienza che non coincide con quella dell’uomo. Molto spesso gli interessi dell’uomo e quelli della sua mente sono contrastanti. La riprova immediata la si nota tutti i giorni, in quanto spesso, quando si ha bisogno di usare il cervello/mente, esso si rifiuta di collaborare trovando mille pretesti quali la stanchezza, la mancanza di tempo, l’ansia, un problema particolarmente importante, ecc. ecc.

Insomma i pensieri e le emozioni si affacciano alternativamente all’attenzione cercando di far passare in second’ordine il desiderata dell’uomo.
In altri termini è come se nella nostra testa non esistesse una sola entità, ma molte e differenti, le quali tutte insieme cercano di convivere trovando volta per volta un compromesso tra il desiderio dell’una ed il desiderio dell’altra.

Un coacervo di Io, ognuno con un proprio obiettivo. Un coacervo di pensieri, emozioni, desideri spesso contrastanti e che si sovrappongono l’uno sull’altro senza sosta, cercando ognuno di avere il predominio, perché tale momentaneo predominio, tale seppur breve momento di messa in evidenza è, per loro, la Vita.

Ora, se in una mente sgombra dalle migliaia di pensieri passati, presenti e futuri, dunque mente libera da tutto in tutto e per tutto, in questa mente cosa accade se si concentra un solo ed unico pensiero? Quale può essere la sua forza d’urto?

Quando, tramite una lente, concentro i raggi del sole in un unico punto, riesco ad ottenere un calore sufficiente ad appiccare il fuoco.

La concentrazione della mente, l’attenzione, agisce allo stesso modo. E’ il fuoco della lampada che rischiara e riscalda. E’ luce che illumina e purifica. Concentrare tutta la propria attenzione su di un singolo oggetto significa eliminare tutti i fattori di disturbo (pensieri vaganti) che non sono legati all’oggetto stesso. In una fase avanzata la mente va liberata da tutto, finché non resta che il nulla.

Ed ora torniamo alla volontà. La volontà si esplica con la concentrazione. Maggiore sarà la capacità di concentrazione, maggiore sarà il potere della volontà. Ma attenzione, non serve uno sforzo fisico o nervoso per esplicitarla. Lo sforzo richiesto per leggere e capire questo post è sufficiente per applicare la forza di volontà con successo. In quanto, in questo minuto dedicato a leggerlo, non avete impegnato la vostra mente che alla sua comprensione.

“Se ti parlo di volontà non significa che devi creare uno sforzo, una tensione, come ti trovassi di fronte ad un impedimento; la vera volontà è libera da tensione, da sforzo, dalla rigidità nervosa; essa è qualcosa che nasce nel mondo delle non-resistenze, fuori dalle dimensioni spazio-temporali; è un atto libero, innocente, sottile, secco; è il volo di una rondine, la quale saetta nell’immobilità perfetta delle sue ali.”  (Raphael, La Triplice Via del Fuoco)

Interludio

Posted by Nebheptra     Category: Musica

 

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Una storia alchemica

Posted by Nebheptra     Category: Alchimia

Esistono tre tipi di alchimisti, mi rispose il mio Maestro. Quelli che sono vaghi perché non sanno di che cosa stanno parlando, quelli che sono vaghi perché sanno di che cosa stanno parlando, ma sono anche consapevoli che il linguaggio dell’alchimia è un tipo di linguaggio rivolto al cuore, e non alla ragione.
 
E qual è il terzo tipo? gli domandai.
 
Quelli che non hanno mai sentito parlare di Alchimia, ma che sono riusciti, nel corso della loro vita, a scoprire la Pietra Filosofale.
(Paolo Coelho, L’Alchimista, pag.11)

Con l’Illuminismo inizia un periodo di erosione dei valori spirituali perchè inizia a prendere sempre più piede il senso della materialità portatrice del culto del progresso, inseparabile da quello dell’ego; processo che forse si era già innescato con il Rinascimento. Per converso, nel XVII e XVIII secolo ci furono numerose  trasmutazioni pubbliche in Europa. Cosa che può essere interpretata come un tentativo, da parte di chi possedeva la conoscenza iniziatica, di cercare di influenzare in qualche misura l’orientamento del pensiero che iniziava ad immergersi nell’intellettualismo che avrebbe a sua volta partorito l’attuale materialismo sempre più cieco.

È un periodo unico nella storia, è quello in cui i veri Filosofi si prodigarono in dimostrazioni pubbliche d’alchimia,  quasi volessero dare agli scienziati ed ai pensatori del tempo un messaggio del tipo:

“Con Lavoisier sta nascendo la chimica, ma questa non è la vera strada, non è il giusto modo di comprendere la materia e causerà una comprensione errata della vita e dell’uomo, portando ad una scienza meramente materialista. Noi vi mostriamo la vera via che conduce alla comprensione dell’Universo, che è diversa dalla vostra”.

Un alchimista del terzo tipo

E’ impossibile in un unico post elencare tutte le trasmutazioni realizzate attraverso l’Europa durante il XVII ed il XVIII secolo. Ne ho scelta una che ben si presta a diverse riflessioni. Si tratta della trasmutazione effettuata nel 1666 da Helvetius, al secolo Johann Friedrich Schweitzer, medico del principe d’Orange.
Per inquadrare il personaggio diciamo che questi era l’equivalente del direttore del CERN. Era dunque uno scienziato che non dava nessun credito ad assurdità come la pietra filosofale!

 

Helvetius

Helvetius

Ho scelto questo caso proprio perché gli storici e gli inquirenti non sanno spiegare la sua testimonianza e preferiscono evitare di dare giudizi. Sentiamo cosa racconta Helvetius nel suo Vitulus Aureus quem mundus adorat & orat:

“Il 27 dicembre 1666, nel pomeriggio, uno straniero si presentò da me ad Hayes, l’aria di un plebeo, di un’onesta gravità e di un’autorità piena di serietà;  era di bassa statura con un viso minuto ed allungato contrassegnato da alcuni buchi di vaiolo, una capigliatura quasi tutta nera senza nessun riccio, il mento rasato, maturo, mi sembrava tra i 43  e i 44 anni e nativo dell’Olanda del Nord “.

E’ interessante notare en passant la scelta della data della visita: l’anno è il 1666, la cui riduzione è 10, ma ben si visualizza l’anno  come l’1 contrapposto al 666,  o  anche l’1  al 9 (=6+6+6), o anche geometricamente come il punto nel cerchio.
Il totale di 27+12+1666 è 4, come gli Elementi,  che equivale di nuovo a 10 (=4!).

Ma lasciamo le interpretazioni numeriche agli aritmosofisti e andiamo oltre.

L’uomo è di mezza età ed ha l’aria di un plebeo. Sebbene possieda dell’oro (come si vedrà nei passi successivi), non lo ha utilizzato per acquistare dei bei vestiti e rimettersi a nuovo prima di andare a rendere visita ad un’autorità del suo tempo. Verità e semplicità, tale è il primo insegnamento.
Ma bisogna anche tener conto di quanto affermano i Filosofi, come ad esempio Filalete ne L’Entrata aperta al Palazzo chiuso del Re: l’oro prodotto dall’Arte è così puro che il solo cercare di utilizzarlo o venderlo attira sospetti e mette in pericolo il suo possessore. Dunque la riservatezza è d’obbligo.

“Dopo avermi  salutato, mi pregò molto rispettosamente di scusare  la grossolanità del suo aspetto per il fatto che era un grande amante dell’arte pirotecnica. Mi disse che aveva letto alcuni dei miei piccoli trattati, particolarmente quello contro la polvere simpatica di sir Kenelm Digby;  e così si era reso conto dei miei dubbi a proposito del mistero filosofico, questa era la causa della sua visita e mi chiese se mi era impossibile credere che la natura rinchiudesse un grande mistero capace di curare tutti i mali”.

Così, questo plebeo non manca di modi urbani e legge le pubblicazioni degli scienziati, ciò ne fa non solo un uomo semplice, ma anche colto e socialmente inserito.  A conferma della considerazione di riservatezza fatta precedentemente, lo straniero afferma che il suo amore per l’arte pirotecnica è la motivazione del suo aspetto dimesso.

Dalle prime parole si evince  che il nostro “pirotecnico”, o filosofo del fuoco, vuole riabilitare il valore della polvere dell’inglese Kenelm Digby, in particolare, e le capacità terapeutiche della pietra filosofale, in generale.

Anzitutto quali sono gli effetti  di questa polvere di Digby?

Sono gli stessi di quella di Paracelso e dell’inglese Robert Fludd che sperimentarono con grande successo l’ unguento delle armi. Questo unguento riusciva a risanare a distanza e in modo quasi istantaneo qualsiasi ferita, se applicato sulla spada o sul pugnale che l’aveva causata.
Digby divulgò allo stesso modo la sua cura con la polvere simpatica  operando a distanza: mettendo la polvere sulla biancheria che era stata a contatto della ferita ne otteneva la guarigione.

Notiamo che il misterioso visitatore di Helvetius lega gli effetti della polvere di Digby con quelli della pietra filosofale.

L’adepto fece poi un brillante discorso sui medicinali di origine ermetica, a tal punto che Helvetius lo credette medico. Difatti gli raccontò di conoscere il modo di estrarre dai metalli numerosi medicinali:
 
“Gli chiesi allora se faceva il medico per il fatto che parlava con tanta scienza di questo medicinale universale, ma, senza rispondere direttamente alla mia domanda, disse che faceva il fonditore di rame;  tuttavia, nella sua gioventù, un amico gli aveva ben insegnato delle cose meravigliose in chimica, particolarmente il modo di estrarre dai metalli, con la virtù del fuoco, numerosi arcani medici,  ed egli continuava a dedicarvisi”.

Qui vediamo che è necessario l’aiuto di qualcuno per scoprire gli ingranaggi dell’Alchimia,  scienza della materia e dello spirito.  E questo qualcuno lo si chiamerà amico, o insegnante, o maestro.

L’adepto chiese a Helvetius se fosse stato in grado di riconoscere la pietra filosofale se l’avesse vista. Il medico non osò, diciamo per amor proprio, rispondergli negativamente:

“Dopo un altro lungo discorso concernente le esperienze sui metalli, questo Elias mi chiese se fossi capace di riconoscere la pietra filosofale se l’avessi vista. Non gli risposi, sebbene avessi letto molto di questo argomento in Paracelso, Helmont, Basilio e tanti altri, ma osai dire solo che potevo riconoscere la materia filosofale”.

Si noti il nome di Elias dato all’alchimista derivato sia da Elia (il cui profetizzato ritorno viene continuamente citato ed auspicato dagli alchimisti), che da Helios intendendo con ciò che l’adepto pratica l’opera del sole o alchimia. In quest’accezione ha un doppio senso: il primo designa i raggi dell’astro diurno utilizzato direttamente o per riflessione, il secondo indica l’Uomo Solare.

L’adepto estrasse dalla tasca una scatola dove prese tre piccole pietre di colore giallo dicendo che questi tre pezzi grandi come delle nocciole erano capaci di produrre circa 20 tonnellate d’oro:

“Nel frattempo, estrasse dalla sua borsa o dal taschino una scatola in avorio finemente lavorato dove prese tre piccoli pezzi della Pietra, ciascuno della grandezza di una piccola noce, trasparenti, di un pallido colore di zolfo, recanti le impronte della graduazione interiore del crogiolo in cui, sembra, questa  nobilissima sostanza era stata sciolta. Si poteva considerarli come capaci di produrre circa venti tonnellate di oro”.

Bisogna sottolineare qui la trasparenza, che è il segno di un’intensa purificazione della Pietra in stretto rapporto con quella della materia biologica in una nostra futura reintegrazione. Come detto in un post precedente, Adamo dovrà divenire adamantino.

Helvetius contemplò le pietre che aveva in mano, mentre l’adepto descriveva i loro effetti sui metalli e gli uomini. Il medico volle conoscere la ragione del colore giallo mentre d’abitudine la Pietra è descritta di colore rosso:

“Dopo averle contemplate avidamente e tenute in mano per quasi un quarto d’ ora, ed ottenuto dal loro proprietario molti segreti meravigliosi riguardanti i loro effetti ammirevoli sui corpi metallici ed uomini, gli resi questo tesoro dei tesori, e lo feci veramente con lo spirito estremamente triste come qualcuno che agisce controvoglia, ma molto umilmente e ringraziandolo molto, come si deve in un tale caso. Ho voluto sapere anche perché il colore era giallo e non rosso, rubino o purpureo, come i filosofi descrivono;  mi rispose che era così perché la materia era semplicemente affinata ed abbastanza matura”.

Helvetius gli chiese un pezzo di pietra. L’adepto rifiutò per le possibili  conseguenze che poteva comportare, lasciando supporre che non era solo per la trasmutazione. Un simile potere non poteva essere messo in nessun caso a disposizione di spiriti deboli o perversi.

“Umilmente, lo pregai di darmi un piccolo pezzo di medicinale per custodire di lui un ricordo eterno, bastava la quantità di un seme di coriandolo o di canapa. Mi rispose:  ” Oh no, no, questo non sarebbe permesso anche se mi pagassi altrettanti ducati d’oro che occorrono per riempire questa stanza;  non è a causa del valore della materia, ma per le conseguenze particolari che non si devono divulgare. E se fosse possibile che il fuoco consumasse il fuoco, getterei tutta questa sostanza all’istante in seno alle fiamme più ardenti”.

L’ultima frase è una rivelazione:  la pietra filosofale è incombustibile perché costituita di fuoco, ovvero di purezza luminosa. È la ragione per la quale gli alchimisti sono chiamati filosofi del fuoco.
Ciascuno dei quattro elementi:  Fuoco, Terra, Aria ed Acqua della nostra materia sono costituiti in totalità o in parte di Fuoco. Tutta la Grande Opera consiste nell’aumentare dunque, fino a saturazione, la quantità di Fuoco contenuto nella Terra, nell’Aria e nell’Acqua. Di qui la tendenza alla trasparenza della Pietra.

“Ma poi mi chiese se avessi un’altra stanza privata che non si aprisse sulla strada;  lo condussi in quella meglio ammobiliata di quelle che davano dietro, ed entrò lì senza asciugare le sue scarpe (coperte di neve e fango) secondo il costume olandese. Non dubitavo allora che me ne avrebbe dato un pezzo, o mi volesse confidare un grande segreto, ma la mia speranza fu vana. Mi chiese un piccolo pezzo di oro e, spostando il suo mantello da pastore, aprì la sua giubba sotto la quale portava, sospeso a nastri di seta verde, cinque pezzi d’oro grandi ognuno quanto un piccolo tagliere di stagno;  e questo oro era talmente superiore al mio in qualità che non c’era nessun paragone possibile in quanto a malleabilità e colore;  e vi erano incise immagini ed iscrizioni che mi permise di copiare” :

VitulusAureus

VitulusAureus

E’ possibile ingrandire la visualizzazione dell’immagine per leggere le scritte incise sulle medaglie d’oro.

Sulla prima è scritto in olandese:

Santo Santo Santo
È il Signore nostro Dio
L’Universo è pieno
della sua gloria.
 
Questo testo (così come quelli incisi sulle altre medaglie) ricorda la dimensione spirituale dell’alchimia. Senza questa dimensione è inutile insistere: l’insuccesso è assicurato. Chi opera in laboratorio senza preoccuparsene lavora e spende il suo denaro invano.    

Sulla seconda moneta vi è scritto (sempre in olandese):

Io sono stato fatto il 26 Agosto 1666

Dunque le medaglie sono state realizzate nell’Agosto di quello stesso anno.

Le altre medaglie riportano tutte scritte in latino facilmente traducibili dal lettore volenteroso. E’ interessante notare come la quarta riporti una frase tratta dall’Anfiteatro della Saggezza Eterna di Kunrath.

L’adepto gli parlò poi in dettaglio dei diversi procedimenti per trasformare le pietre in gioielli e di come fabbricare medicinali per guarire diverse malattie:

“Dapprima parlò di come trasformare le pietre e i cristalli ordinari in rubini, crisoliti, zaffiri, ecc., molto più belli di quelli che si vedono di solito;  poi come fabbricare in un quarto d’ora il crocus martis di cui una sola dose guarisce infallibilmente la dissenteria pestilenziale, o flusso sanguigno, così come un liquore metallico che, in quattro giorni, viene senza ombra di dubbio a capo di ogni tipo di idropisia….”

In questo passaggio bisogna guardarsi dal confondere il crocus con la pianta a bulbo dei nostri giardini.

Dunque, la pietra filosofale fa “evolvere”  tutti i metalli al loro livello superiore che è l’oro. Allo stesso modo fa con i sassi che si evolvono al loro grado superiore, ovvero le pietre preziose.  Basta estrapolare quest’azione sull’uomo per sapere cosa potrebbe divenire.

Elias raccontò di quando immerse nell’acqua piovana calda dell’argento laminato ed aggiunse un poco di polvere bianca nell’acqua. Allora l’argento si dissolse come il ghiaccio scaldato. Bevve questo liquido e provò un’impressione di esultanza. L’adepto, relativamente a questo elisir bianco, non volle rispondere a nessuna domanda.

L’alchimista riferisce anche di aver preso un pezzo di tubo di piombo che fece fondere, vi aggiunse un po’ di polvere ed il piombo si trasmutò in oro. Diede questo oro in elemosina ad una chiesa e ne conservò un po’ per fare le medaglie.
Ovviamente Helvetius gli chiese di realizzare una trasmutazione, ma lui rifiutò e promise di ritornare dopo tre settimane.

Al suo ritorno, durante una passeggiata parlò dei segreti del fuoco. Si rifiutò nuovamente di parlare dell’ elisir di rigenerazione perché “pochi uomini potevano rendere gloria a Dio con le loro buone azioni e perché prolungare la vita doveva essere preceduto da una lunga purificazione”. 

Helvetius insistè a lungo per assistere ad una trasmutazione, ma invano. Domandò allora se poteva lasciargli un piccolo pezzo di pietra per permettergli di provare da solo, dopo la partenza dell’alchimista. Questi gliene diede un pezzo della grandezza di un chicco di grano.
Helvetius gli disse che era troppo piccolo. Allora l’adepto gli riprese il pezzo, lo divise in due con l’ unghia e gliene ridiede solamente una metà dicendo “questo ti basta”. Helvetius deluso rispose che con questa quantità non poteva combinare nulla; ma cercò di informarsi sull’entità e  la mole di lavoro da compiere.

“Né l’enormità del prezzo, né il tempo passato possono scoraggiare chicchessia. Il tempo è nascosto, ma la durata è di 4 giorni”. (Si noti che non precisa la durata del giorno e gioca con la simbologia dei 4 Elementi.)

Poi promise di ritornare l’indomani, ma non ritornò più ed Helvetius cominciò a dubitare della serietà dell’incontro.

Ma la notte sua moglie l’assillava impedendogli di riposare, spingendolo a tentare l’esperienza anche con quel piccolissimo granello di pietra filosofale. In fondo era il mezzo più sicuro per sapere se lo straniero fosse un impostore o meno. E continuò imperterrita per varie notti promettendo di non farlo dormire finché non si fosse deciso alla prova.

Esasperato, Helvetius accese il fuoco del suo forno, anche se convinto della falsità del visitatore che tra l’altro gli aveva lasciato un pezzo ridicolmente piccolo. Era persuaso che l’uomo l’avesse ingannato.
La moglie avvolse il granello di pietra filosofale nella cera, mentre lui tagliava del piombo che fece sciogliere.
Quando fu completamente sciolto la donna vi gettò la pallina di cera.

Nel forno ci furono fischi e ribollii ed in meno di un quarto d’ora tutto il piombo fu tramutato in oro finissimo, cosa che lo lasciò stupefatto.

Allora corse con l’oro testé tramutato ancora caldo dall’orafo, ed anche  questi si meravigliò della sua purezza: usando la pietra di paragone lo giudicò il più fine del mondo.

L’indomani si sparse la voce nella città e nel Paese così che un gran numero di persone illustri venne a rendere visita al medico del principe d’Orange, in particolare il Maestro d’Essai, controllore delle monete d’Olanda, che fece controllare l’oro e lo trovò perfetto. In sua presenza fecero un’altra prova usando come fermento l’oro trasmutato, ed anche questa fu positiva.
Si noti come, con quello stesso oro, Helvetius praticò diverse altre trasmutazioni alla presenza di numerosi testimoni.

Come nota di colore finale a chiusura di questo lunghissimo post,  di questa storia ne parlò perfino Spinoza,  che diffidava di simili storie, ma che fu uno di quelli che constatarono di persona la veridicità delle trasmutazioni di Helvetius.

I quattro elementi

Posted by Nebheptra     Category: Alchimia, Elementi
Secondo i principi dell’Ermetismo, ogni cosa che è stata creata è stata ottenuta per effetto degli Elementi. Essi scaturiscono da una materia eterea, primordiale ed eterna che gli antichi iniziati chiamarono Causa Prima, Etere, Quintessenza o Akasha. Tutto nell’universo può essere ricondotto all’Unità, perché oltre la molteplicità delle forme visibili non vi è che un unico Principio, in grado di differenziarsi all’infinito o di riassorbirsi, riconvertendosi in pura essenza o potenzialità.

Gli Elementi non sono corpi, ma principi attivi in modo costante, che mantengono in equilibrio instabile la materia elementare, substrato delle cose elementate che ricadono sotto i nostri sensi.

La Terra è causa di pesantezza e di relativa fissità, e sfugge alle nostre percezioni così come l’Aria, agente volatilizzatore, e l’Acqua, che coagula (congela) i corpi, mentre il Fuoco li dilata.
Se classifichiamo gli elementi secondo il criterio della “finezza” o “sottigliezza” materiale, la Terra si trova al livello più basso, l’Aria al più alto. Se li disponiamo nel senso del loro movimento, il Fuoco occupa la posizione superiore.
Gli elementi sono caratterizzati da specifiche qualità: caldo e secco per il Fuoco, umido e caldo per l’Aria, freddo e umido per l’Acqua e secco e freddo per la Terra. 

  

I 4 Elementi

I 4 Elementi

La Tradizione li rappresenta con una croce, il cui punto centrale rappresenta la Quintessenza, e gli associa i simboli “triangolari” che, uniti, vanno a formare il Sigillo di Salomone.

Dunque gli elementi vanno tutti a concorrere alla formazione di ogni corpo, e pertanto è possibile rinvenirli anche nel corpo umano: La Terra corrisponde alla materia corporea ovvero al regno del sensibile, il mondo saturnio; l’Acqua si riferisce a tutto ciò che è liquido fluidico ovvero il mondo lunare, magnetico, mondo delle forme mutabili e delle idee in gestazione; l’Aria è il soffio animatore che tien desta la vita, ovvero lo spirito vitale, il mondo mercuriale; il Fuoco è la causa generatrice, l’Intelligenza, il Nous, la Volontà, l’Io superiore da cui è venuto il concetto di Dio unico, laddove ci si muove dal microcosmo al macrocosmo.

I Filosofi affermano che il vero elemento è il Fuoco, in quanto gli altri sono stati generati da lui. Questo concetto viene facilmente compreso laddove si osserva la trasformazione che può verificarsi in una sola ed identica sostanza che passa successivamente dallo stato solido a quello liquido e successivamente a quello gassoso per poi ritornare a quello solido.
Tale circolazione è diffusamente visualizzata con il passaggio dell’acqua dallo stato di ghiaccio a quello di acqua, poi di vapore per poi ridivenire ghiaccio. In tale circolazione l’acqua muta di stato, ma resta sempre comunque acqua.
Questa capacità di trasformazione di un’unica sostanza simboleggia nel modo più evidente l’unità della materia prima nel cosmo, in grado di assumere tutte le forme e tutti gli stati possibili senza alterare la sua essenza.

Si dirà che per poterla fare sublimare serve il calore, mentre per farla ritornare solida serve applicare l’azione del freddo, ma in realtà il freddo non è che la negazione del calore. Dunque, grazie solo all’azione del calore è possibile la trasformazione della materia.
Ed ecco che l’alchimista, nel suo forno o nella sua storta, grazie all’ausilio del fuoco, rende la materia da solida a liquida, poi gassosa ed infine ignea, per poi riportarla alla solidità. Egli in tal modo imita il processo della Natura.

Ed è il Fuoco l’agente capace di condurre l’uomo all’immortalità.
L’alchimista ante-litteram può dunque essere identificato in Prometeo (dal sanscrito prama-thyus= colui che ottiene il fuoco con lo sfregamento, la confricazione), che ha rubato il Fuoco all’Olimpo per portarlo agli uomini, permettendo loro di giungere alla vita eterna grazie ad esso. La sua punizione fu tremenda in quanto Zeus ordinò a Mercurio, il solo a non essere intaccato dal fuoco, di incatenare Prometeo nel Caucaso indiano (dal greco kaio = kao, brucio, come caustico, caolino) dove,  roso nel fegato da un’aquila, lentamente muore. In realtà più l’aquila si ciba di questo fegato, più esso si rigenera, in un’agonia senza fine. Dunque quest’agonia va intesa piuttosto come una metamorfosi. Infatti Filostrato racconta nella sua biografia di Apollonio di Tiana che questi dovette attraversare il Caucaso. Da secoli veniva insegnato che Prometeo vi era morto. Apollonio vide le catene di Prometeo, ma Filostrato non sa o non vuole manifestare di cosa erano fatte. Pare che Prometeo fosse trasformato per punizione e per contrapposizione al fuoco, in un tipo di cristallo (dal greco krystallon= ghiaccio).

Ma torniamo agli elementi.
Nel processo di integrazione, gli elementi devono tutti convergere verso il centro della croce, tornando verso la sorgente; pertanto le opposizioni devono essere vinte: l’acqua deve divenire ignea, il fuoco liquido, la terra aerea e l’aria solida.

E così per esempio accade che se la Terra, che è fredda e secca, si unisce all’Aria, che è calda e umida, perde la sua pesantezza: pur restando corpo acquisisce una natura spirituale; mentre l’Aria che si unisce alla Terra ne acquisice la fissità: senza perdere la natura spirituale si fa corpo.
Sinesio scrive: “questo intendono i filosofi quando descrivono la produzione della nostra pietra come un cambiamento delle nature e una conversione degli elementi. Poichè ora vedi che tramite l’incorporazione l’umido diviene secco, il volatile fisso, lo spirituale corporeo, il fluido solido, l’acqua fuoco e l’aria terra, di modo che tutti e quattro gli elementi abbandonano la loro natura e si traformano circolando l’uno nell’altro”.
Infatti come all’inizio c’era Uno, così alla fine tutto deve ritornare all’ Uno.

Una ricetta alchemica

Posted by Nebheptra     Category: Alchimia, Pratica

Leggere i testi alchemici al giorno d’oggi è molto più difficile di un tempo.

Infatti l’erudito medievale, che si dedicava allo studio dell’alchimia, conosceva sicuramente il latino, il greco e l’ebraico, e i più eruditi probabilmente masticavano anche l’arabo e qualche altra lingua mediorientale. Se non si conoscono le lingue antiche, che permettono di risalire all’etimologia delle parole, le frasi alchemiche sono per lo più incomprensibili.

Mi spiego meglio. Nel “Trattato sull’arte alchemica” di Tommaso d’Aquino, al capitolo secondo si legge:

Ma per spiegarmi brevemente, la nostra materia, o Magnesia, è il nostro Argento vivo minerale preparato con l’urina dei bambini di dodici anni appena emessa…

L’urina, chimicamente, è una fonte di sali ammoniacali e di fosfati alcalini, per cui è considerata come un solvente. In alchimia si legge di diverse specie di urina, per esempio urina d’asina, di cammello, ecc. E’ evidente che ci si riferisce, in tali casi, alle funzionalità competenti i diversi animali riflesse come specificazioni nell’essere umano.
L’urina di fanciullo non rappresenta altro che l’apertura della porta verso la nascita dell’Infante in noi, quindi risulta superiore a tutte le altre urine (o porte).

La Magnesia, od ossido di Magnesio MgO, così come il Magnesio stesso, è stata scoperta solo nel secolo 19°. Tommaso d’Aquino visse nel 13° secolo, ben 6 secoli prima della scoperta della magnesia. In effetti la parola magnesia è antichissima, di origine greca. Si ritrova anche nel Papiro di Leida, che è una raccolta proveniente da Tebe di 99 ricette alchemiche scritte in greco, risalente al III secolo dopo Cristo.
Dunque, il termine Magnesia, in se per sé, cosa poteva significare per gli antichi Alchimisti? Di certo non poteva esserci al tempo nessun rapporto tra l’Albedo e la Magnesia, associazione comunemente adottata oggi ed ispirata dal colore bianco della Magnesia stessa.

Per capire le cose dobbiamo affidarci all’etimologia. Il termine greco magnesia è composto da due parole: magnes ed osia, che significano il magnes che è, ovvero l’essenza del magnes.
A sua volta il magnes non è altro che lo stato di Mag, ovvero della lucidità magica, cosciente, che viene indotta nell’iniziato per mezzo del nes che, in caldaico significa parlare. In definitiva la Magnesia è lo stato di Mag che si ottiene con la parola, ovvero tramite le preghiere o gli scongiuri.

Volendo applicare questa informazione, cercando un esercizio più impegnativo, torniamo al Papiro di Leida. Tra i suoi commentatori vi è chi vi legge solo ricette artigianali e chi invece vi legge delle ricette alchemiche. Ho già spiegato, in un precedente post, che tutte le operazioni descritte dai veri alchimisti devono intendersi rivolte sia al campo fisico che a quello spirituale, l’uno non escludendo l’altro. Forti di questa consapevolezza, analizziamo la seconda ricetta del Papiro:

Il piombo e lo stagno vengono imbianchiti per mezzo della pece e dell’asfalto. Sono poi induriti tramite l’allume e la magnesia in polvere.

Apparentemente sembra una ricetta che descrive operazioni puramente meccaniche. Per “tradurlo alchemicamente” ricorriamo all’etimologia.
Il vocabolo allume viene dal latino alumen che è la traduzione della parola greca stupteria che deriva dal radicale egizio stwt che vuol dire preghiera.
La parola pece deriva dal greco pissa  che deriva dal radicale egizio pss che significa dividere, estrarre, separare.
Asfalto viene dal greco asphalton che deriva dal radicale egizio sfh che significa, purificare, offrire a Dio.

La traduzione  della ricetta quindi sarà:

“Se vuoi purificare (imbianchire) il tuo corpo fisico (piombo) e i primi prodotti del separando (stagno= fase antecedente l’albedo), devi dividere il denso dal sottile (pece = estraendo dalle sensazioni le parti più grevi dalle più pure) operando una purificazione costante (asfalto).
Quando ottieni i primi risultati, fissa (indurisci) questi stati interiori aiutandoti con la preghiera (allume) e con uno scongiuro che sia adatto allo scopo (magnesia: essendo in polvere lo scongiuro deve essere di carattere generale, non specifico).”

Dunque la ricetta è la prescrizione di una pratica ermetica che è di uso comune per coloro che perseguono la Grande Opera.

Preghiera di un alchimista

Posted by Nebheptra     Category: Alchimia, Inni e Preghiere

O Presenza singolarissima ed indicibile.
Prima ed ultima nell’universo.
Accresci la furia nel mio fuoco e brucia le scorie del mio essere.
Pulisci la mia anima sporca, bagnami con la tua luce grandiosa.
Rendimi libero dal passato e liberami dai miei limiti.
Uniscimi con l’unica cosa nascosta nella mia vita, in cui vi è la mia sola forza.
Riempimi con la tua Presenza, permettimi di vedere attraverso il tuo Occhio singolare.
Concedimi di entrare nella tua Mente, lasciami risuonare con il tuo volere.
Fammi trasparente alla tua fiamma e foggiami in una lente per la tua sola Luce.
Trasmutami in una pietra incorruttibile nel tuo eterno servizio, come la luce dorata che ti circonda.

I due aspetti della Grande Opera

Posted by Nebheptra     Category: Alchimia, Glosse

La conoscenza analitica è agli antipodi della conoscenza reale, che è di sua  natura intuitiva. La chiave di questa ultima è la realizzazione dell’Ermete, dell’angelizzazione dell’uomo, della discesa dello Spirito Santo. Affinché questo Spirito faccia in noi la sua casa, occorre che rinunciamo allo spirito impuro, la falsa luce dell’Anima Mundi.

È scritto nella Genesi che lo Spirito aleggiava sulle acque primordiali, avvolte dall’abisso oscuro.

Bisogna ricostituire questa acqua vergine (casa dello Spirito Santo, dicono le litanie) purificando il nostro mentale e dimenticando l’ammasso di conoscenze indigeste con cui abbiamo sporcato lo specchio della nostra immaginazione. Saremo allora nelle tenebre mentali, poiché non attingeremo più da questa sfera gli elementi della conoscenza analitica, frutti velenosi dell’albero di scienza.

È in questa notte, in questo stato di nudità spirituale di semplificazione interiore, che lo spirito potrà scendere ed informare, di nuovo, il caos microcosmico.

Che cosa dicono i veri Filosofi?

Riportare una terra appropriata al suo stato caotico primordiale, per ottenere la terra vergine dei saggi, aspetto sensibile della sostanza universale.
Questa terra vergine è il mezzo, la matrice, la nutrice bianca. Animare poi questa terra vergine per mezzo dello spirito universale, specializzazione del Ruach Elohim della Genesi.

È questo stesso processo che costituisce il processo generale dell’alchimia spirituale ed il processo particolare di accesso alla vera conoscenza: riportare il mentale alla semplicità della sostanza prima. In questo vuoto lo spirito scenderà, per informarlo.

Qui si nasconde un doppio scoglio:  in primo luogo l’uomo deve scegliere il suo Maestro e servire solo lui. Purtroppo molto spesso, l’uomo si dà, ma con reticenza, egli vuole e non vuole, dice ora sì, ora no, il più delle volte dice forse. È questo il momento di ricordare le belle parole del Tao:

Avere poca fede, non è avere la fede, o anche:  Fuori la Via, tutto è fuori dalla Via.

In secondo luogo, l’uomo è il campo di battaglia dove si affrontano lo Spirito Santo e lo spirito impuro. Dunque deve vegliare sui suoi desideri, poichè a seconda dell’orientamento e della qualità del desiderio, l’uno o l’altro di questi spiriti farà in lui la sua casa;  in altri termini, in questa terra vergine dove ogni seme potrà portare dei frutti secondo la sua specie, germoglierà un ramo dell’albero di Vita o un ramo dell’albero della scienza, conformemente al movente segreto dell’uomo.

Si può qui comprendere quanto, senza l’aiuto divino, la Grande Opera spirituale possa essere pericolosa, e quali seduzioni saranno messe in atto perché ci porti la morte al posto della vita.
Ebbene, l’aiuto del Cielo viene a chi lo chiede sinceramente. Di qui la necessità della preghiera il cui principio è un atto di umiltà.

Senza l’umiltà un tale lavoro conduce direttamente alla morte spirituale, perché ogni sentimento di orgoglio è segno del Maligno. Con l’umiltà, questo lavoro conduce al ricevimento dello Spirito Santo, all’illuminazione definitiva, purché non si dimentichi il comandamento essenziale:  l’Amore.

Vedi anche: Cos’è l’Alchimia

Inno orfico ad Eros

Posted by Nebheptra     Category: Inni e Preghiere

A EROS

 (usare profumo d’aromi) 

Invoco il grande, puro, amabile e dolce Eros,
arciere alato, fiammante, impetuoso all’assalto,
che gioca con gli dèi e con gli uomini mortali,
industrioso, di doppia natura, che di tutto possiede le chiavi,
dell’etere celeste, del mar, della terra e di quante ai mortali
aure feconde Rea fruttifera nutre
e di quanto l’ampio Tartaro e il risonante mare rinserra.
Ché tu solo tutte queste cose governi.
Discendi, o beato, agli iniziati con puri pensieri
e i turpi e rei desideri da loro allontana.